Documento a cura di Usi 1912 esecutivo nazionale su cancellazione del diritto di asilo, fenomeni di remigrazione/deportazione e scenario possibili nuovi ingressi e RIDEFINIZIONE DEI "CONFINI" nella Ue, per informazione, conoscenza, diffusione e pubblicazione grazie giugno 2026
LA CANCELLAZIONE DI FATTO DEL DIRITTO DI ASILO E LE TENTAZIONI “ISTITUZIONALI” EUROPEE fomentate dalle paure e dalla campagna sulla “remigrazione”/deportazione. UNA INCIVILTA’ GIURIDICA E SOCIALE, ma i numeri effettivi non tornano, per giustificare tali provvedimenti. A cura di USI 1912
La scorsa settimana, nell’accaldato giugno 2026, l’Europarlamento ha votato in seduta plenaria una lunga serie di modifiche al regolamento europeo sui rimpatri. Approvato con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astensioni, il testo del regolamento così modificato mira a costituire un sistema europeo comune, accelerando le procedure di rimpatrio dei cittadini di paesi terzi “il cui soggiorno negli Stati membri è irregolare” e autorizzando anche le espulsioni di quei cittadini di paesi terzi che “non soddisfano più le condizioni d’ingresso”. La riforma consente agli Stati membri di trasferire i migranti destinatari di un provvedimento di espulsione, sulla base di un accordo bilaterale, in centri di detenzione – ribattezzati elegantemente “Return hub” – fuori dai confini dell’Unione. Qui potranno restare in attesa del rimpatrio definitivo per un periodo fino a 24 mesi, prorogabile di ulteriori sei.
Rimpatri, Albania e principio di non-refoulement: si tratta di un sistema sperimentato già dall’Italia con l’Albania, ma che non risolve però il nodo del rimpatrio finale: in assenza di accordi con i paesi di provenienza dei migranti, anche al termine del periodo massimo consentito all’interno del Cpr di un paese terzo extra Ue, sarà di fatto difficile, per non dire impraticabile, procedere con il rimpatrio.
Va aggiunto che la possibilità di rimpatriare verso il paese d’origine quando questo è considerato come “Paese non sicuro”, sebbene il regolamento non la escluda del tutto (prevedendo il rimpatrio in Paesi dove le carenze si hanno solo “in parti specifiche del territorio”), si scontra con un limite sovraordinato: il principio di non-refoulement, sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 (che lo stesso regolamento non può fare a meno di richiamare) e ratificato da 144 paesi, che vieta categoricamente il trasferimento verso uno Stato in cui il migrante rischi persecuzione, torture o trattamenti inumani.
Su questo aspetto, rilevante dal punto di vista tecnico giuridico e social-umanitario, esistono zone “grigie” che pongono forti perplessità sulla legittimità ed efficacia delle modifiche regolamentari votate dall’Europarlamento: l’esempio classico, è di persona (perché parliamo di PERSONE, APPARTENENTI ALLA RAZZA UMANA, non di… pacchi postali o di merci) chi arriva in un Paese comunitario e presenta domanda di asilo, ma la cui richiesta viene poi respinta.
Un altro nodo potrebbe emergere da una rigida applicazione dell’aggiunto articolo 15 ter: “La responsabilità primaria di lasciare il territorio degli Stati membri dovrebbe ricadere sul cittadino di paese terzo che ha l’obbligo di lasciare il territorio”. Il flusso migratorio che interessa l’Italia da sud, quindi principalmente la Sicilia, non è costituito da soggetti migranti che possono disporre di risorse economiche per affrontare un rimpatrio a seguito di cosiddetto “foglio di via”, cioè l’ordine firmato dal questore con cui si impone al-alla migrante di abbandonare il territorio italiano. Il nuovo regolamento però è chiaro nel definire gli obblighi degli stati membri, per impedire la circolazione interna – in area Schengen – delle persone migranti senza permesso di soggiorno valido.
Responsabilità al rispetto della quale l’Italia è stata più volte richiamata in sede internazionale.
Si precisa che la Convenzione di Ginevra del 1951, ratificata tra l’altro anche dall’Italia, è norma sovraordinata rispetto al “regolamento” (pure se approvato dall’Assemblea parlamentare), che può disciplinare con atti organizzativi e con procedure esecutive, ma non ha la “forza giuridica” né può derogare o disporre in modo contrastante, come fonte del diritto subalterna, a disposizioni imperative.
Le critiche delle Ong (Organizzazioni non governative) e il nuovo regolamento europeo: il 20 giugno, si celebra da molti anni, la Giornata mondiale del rifugiato, ricordate perfino dal presidente della Repubblica Italiana e dal Pontefice. SOS Humanity aveva messo in guardia da una crescente crisi dello Stato di diritto, nelle politiche migratorie europee. Con una dichiarazione congiunta firmata da 275 organizzazioni tedesche, la ong ha chiesto che l’umanità, la dignità e i diritti umani dei e delle migranti e dei rifugiati, siano rispettati in un momento in cui l’Europa sta chiudendo le frontiere a chi cerca protezione. Si ricorda che le persone che fuggono dal loro Paese di origine, non lo fanno per una vacanza o una gita di piacere, ma nella maggior parte dei casi, scappa da situazioni di violenze, guerre etniche, persecuzioni religiose, violazioni dei fondamentali diritti umani e civili…
Dopo l’approvazione del Parlamento europeo, il testo del regolamento modificato, sui rimpatri dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale prima di entrare in vigore. Alcune disposizioni però, sulla valutazione dell’età dei minori e sulla dimensione esterna dei rimpatri, si applicheranno immediatamente. Le altre entreranno in applicazione 12 mesi dopo l’entrata in vigore della normativa. In sintesi, oltre ai respingimenti-deportazioni in paesi terzi disposti a fare da carcerieri per “migranti indesiderati”, le autorità nazionali potranno svolgere specifiche misure investigative per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio, tra cui perquisizioni delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, soggette ad autorizzazione giudiziaria o amministrativa, nonché il sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici (tipo computer, tablet, cellulari, smartphone….).
“La Commissione europea è pronta a valutare qualsiasi proposta matura relativa all’istituzione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi”, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Markus Lammert nel corso del briefing con la stampa. “I prossimi passi sono nelle mani degli Stati membri”, ha aggiunto, sottolineando che la cooperazione con Paesi terzi lungo le rotte migratorie “deve sempre basarsi su una collaborazione stretta e reciprocamente vantaggiosa” e “…deve essere sempre in linea con il nostro quadro giuridico…”.
Nei primi sei mesi dell’anno crollati gli sbarchi: -54% rispetto al 2025, I CONTI NON TORNANO PER GIUSTIFICARE TALE REGOLAMENTO SUI RIMPATRI COSI’ “RESTRITTIVO”: mentre a Strasburgo si votava l’adozione del giro di vite al regolamento sui rimpatri dell’Unione Europea, al Viminale il ministro in carica, Matteo Piantedosi riceveva il ministro della Migrazione e della Protezione Internazionale cipriota Nicholas Ioannides, il ministro della Migrazione e dell’Asilo greco Athanasios Plevris ed il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield.
Oggetto della riunione il rafforzamento del contrasto alle reti dei trafficanti di esseri umani e la promozione dei rimpatri volontari assistiti. Conferma del gran fermento che muove i governi di tutta l’Europa sul fronte delle migrazioni e verso obiettivi di rimpatrio dei migranti irregolari presenti sul territorio. A dare una smentita di tali “agende di lavori”, che vede al centro l’accompagnamento alla frontiera non c’è una grave emergenza attestabile con dati record sugli sbarchi. Nel 2026, pur tenendo conto delle condizioni meteo marine avverse che hanno rallentato le partenze e aumentato i naufragi con morti, dispersi e disagi, alla mattina del 19 giugno 2026, risultano sbarcate sulle coste italiane 13.179 persone. Nello stesso periodo dello scorso anno erano 28.549 e nel 2024 tra il primo gennaio ed il 19 giugno ne erano arrivate 24.250. Un calo notevole, dati alla mano, fermo restando che va comunque contrastato il fenomeno, lucroso e criminale, del TRAFFICO DI PERSONE E DI ESSERI UMANI e le successive forme di sfruttamento che ne possano derivare, per il “recupero” se così si può definire, delle spese e dei costi sostenuti (dove tra l’altro i migranti irregolari pagano già, cospicue somme di denaro, per i “viaggi della speranza” verso un ipotetico e spesso disilluso, futuro migliore, a vantaggio dele organizzazioni criminali internazionali che gestiscono tali traffici illeciti).
Rimpatri e contrasto all’immigrazione irregolare: nell’incontro svoltosi al Ministero degli Interni (palazzo del Viminale(, i ministri ricevuti da Piantedosi hanno “…condiviso la necessità di rafforzare le attività investigative… per individuare tempestivamente le rotte sospette del traffico dei migranti…hanno sottolineato l’importanza che l’attività di soccorso e salvataggio in mare resti una prerogativa degli Stati, per evitare che la presenza delle Ong in mare si trasformi ina sorta di “fattore attrattivo” (!?!)… per i flussi migratori irregolari”. Tale fattore di attrazione, costituito dalla presenza e dall’intervento di salvataggio, effettuato da organizzazioni non governative (ONG), è stato più volte smentito dai fatti e dai dati, ma il “contrasto alla loro presenza” resta un obiettivo all’ordine del giorno per il Viminale ed in generale per il governo italiano, quasi pari alla reale attività di contrasto di atti criminali e illegali del traffico di essere umani. Mettere sullo stesso piano le due modalità, ONG e funzione svolta e organizzazioni criminali (tramite la figura dello “scafista”) è operazione inesatta e inopportuna, visto che non la fa come “diritto di parola e libertà di opinione”, un cittadino, ma un esponente del Governo in carica, con responsabilità politiche ben delineate, ambiti di spesa non irrilevanti, nelle tasche dei e delle contribuenti, giustificate da una presunta “sicurezza” anche questa oggetto di perplessità dell’efficacia dei provvedimenti messi in campo, nell’alveo delle funzioni di governo del Paese. Infatti, il Ministero degli Interni, con una nota ufficiale, ha fatto sapere agli organi di informazione, che da tale incontro con altri ministri, cipriota, greco e maltese, vi è stata “…ampia convergenza anche sugli altri temi trattati quali la volontà di contrastare la strumentalizzazione del diritto d’asilo, la promozione delle politiche di rimpatrio volontario assistito dai Paesi di transito verso i Paesi d’origine e una maggiore protezione delle frontiere esterne della Ue”. Che si consideri, valutiamo noi, il diritto di asilo e le sue tutele internazionali, come una “strumentalizzazione”, la dice lunga sulla capacità di rispettare i diritti sovranazionali e umanitari, lo stesso concetto di “diritto internazionale”, in nome di una visione distorta e questa si, strumentalizzante a fini politici e di interessi economici (i costi dei vari CPR e Hub di rimpatrio, con Paesi terzi coinvolti e di lobbies finanziario economiche che in questo settore, ricevono soldi pubblici).
Aumentano i rimpatri, ma restano limitati quelli c.d. “volontari”: se si considerano i dati ufficiali disponibili forniti dal Ministero degli Interni, nel periodo che va da inizio anno fino allo scorso 19 giugno 2026, si registra un lieve incremento dei rimpatri, che arriva a 4.059 unità contro le 3.053 dello stesso periodo del 2025 e le 2.412 dell’anno precedente. Di questi rappresentano quota poco rilevante i “rimpatri volontari assistiti”. Nel periodo in oggetto, a fronte dei 3.502 rimpatri forzati dichiarati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) dichiarano 557 rimpatri volontari assistiti.
L’origine di provenienza e le nazionalità dei migranti sbarcati in Italia: interessante e rilevante, invece, risulta il dato sulle provenienze geografiche e delle nazionalità dei migranti irregolari sbarcati in Italia anche quest’anno sulle coste italiane, se messo in relazione con le modifiche e il nuovo testo del regolamento europeo sui rimpatri appena votato a Strasburgo.
Infatti, sui 13.179 migranti approdati, 3.937, sono cittadini del Bangladesh. Seguono poi Somalia, Sudan e Pakistan che sommati costituiscono altri 3.772 migranti provenienti da paesi verso i quali il rimpatrio forzato non è cosa semplice. Dalla Tunisia, vicino paese con cui è vigente un accordo bilaterale per il rimpatrio forzato con accompagnamento, nel corso di questi quasi sei mesi sono approdati soltanto 537 migranti irregolari rintracciati e censiti dal Viminale. ACCORDI BILATERALI COSTOSI E POCO EFFICACI…Dall’Iran, paese discriminato dal nostro Ministero degli Esteri, per quanto riguarda la prenotazione dei visti da parte degli studenti e studentesse, universitari iscritti in Italia, attraverso il Mediterraneo centrale sono arrivati in maniera irregolare soltanto 183 migranti.
Si ridisegnano i confini dell’UNIONE EUROPEA?: sempre il 17 giugno 2026, il Parlamento ha adottato cinque relazioni dove si esaminato i progressi verso l’adesione all’Ue di Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord e Montenegro. L’eventuale annessione e adesione dell’Albania all’Ue, vanificherebbe l’investimento (oneroso) italiano per il Centri per il rimpatrio CPR costruito a Gjader.
L’Unione Europea, sta comunque valutando, e positivamente, l’allargamento verso i Balcani.
In una relazione adottata con 483 voti a favore, 103 contrari e 70 astensioni, gli eurodeputati hanno infatti accolto con favore i “rapidi progressi compiuti dall’Albania negli ultimi anni” e hanno invitato le autorità a garantire la piena attuazione della legislazione adottata (ndr movimento dei fenicotteri permettendo). Nonostante tali progressi, il Parlamento europeo ha però affermato che l’Albania deve ancora affrontare diverse sfide, tra cui “…il superamento della polarizzazione politica interna ed il miglioramento della cultura politica, il rafforzamento dello Stato di diritto e il consolidamento delle riforme anticorruzione”. l’Europarlamento ha avvertito, vista la richiesta dell’Albania di chiudere i negoziati di adesione entro la fine del 2027 (un anno e mezzo), il governo albanese che sarà la qualità delle riforme del paese a determinare il calendario dell’adesione.
Analoghe valutazioni, sono state fatte e le votazioni relative, hanno riguardato le relazioni su Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord, a ormai 35 anni dopo la cosiddetta “balcanizzazione” e sgretolamento della Federazione della ex Jugoslavia.
Desiderio dell’Unione Europea, sarebbe quella di agevolare, una sorta di riunificazione sotto un’unica confederazione di Stati, per disciplinare l’adesione di questi Paesi, operazione non certo semplice nella sua fase realizzativa.
PER LE VICENDE RELATIVE ALLA TURCHIA E ALLA GEORGIA, la decisione degli eurodeputati ha avuto esito negativo, si è rilevato un “…continuo arretramento democratico in Georgia e in Turchia (che fa parte integrante della NATO…)….”
Per questi due Paesi gli eurodeputati hanno chiesto riforme ma anche una risposta più forte dell’Ue. Tra la classificazione concreta ma non ufficiale, con valutazione negativa per la TURCHIA, nel Parlamento europeo, nonostante le ripetute dichiarazioni del governo turco (che ribadiscono il proprio impegno verso l’adesione all’Ue), le principali carenze che incidono sul processo di adesione restano irrisolte. Il Parlamento Europeo, sostiene e con ragione, il fatto che la Turchia continui a violare i diritti sovrani degli Stati membri dell’Unione europea, come Grecia e Cipro e le politiche attuate sul rispetto di elementari diritti civili e sociali, nei confronti di settori rilevanti della propria popolazione.
Critica e di esito negativo, anche la risposta limitata, di altre istituzioni dell’Unione e di molti Stati membri a tali sviluppi, invitando ad assumere una posizione più decisa in difesa degli standard democratici e dello Stato di diritto in Turchia, piuttosto “precario” tra affermazioni di principio e realtà concreta.
Si tratta di un Paese che in quanto membro effettivo dell’Alleanza Atlantica, la NATO, costituisce un baluardo e un “gendarme” prezioso per gli equilibri in costante trasformazione nell’area del medio-oriente e ai confini con il continente asiatico, ma che risente di tensioni e di misure di natura securitaria e repressiva, nei confronti di minoranze etniche presenti in Turchia e di settori giovanili, con politiche restrittive sulle libertà civili e sulle “discriminazioni di genere” , tali da non permettere la soluzione positiva dell’ingresso della Turchia nella UE…
Verificheremo se tale scenario internazionale, sulla spinta di interessi “economico finanziari” superiori e delle pressioni delle lobbies che governano nei fatti gli organismi e gli interventi delle principali autorità a livello europeo istituzionale, più degli stati membri fondatori, avrà delle modificazioni e delle variazioni ulteriori. Di sicuro, le classi lavoratrici e i settori popolari sfruttati, anche di tutti questi Paesi, non hanno molto da ottenere in termini di miglioramenti sostanziali, alle condizioni di lavoro e di vita, se non ad una estensione omologata a meccanismi, criteri, valori e modalità di sopravvivenza, mentre avanza sempre di più l’economia di guerra e l’assoggettamento alla legge del più forte militarmente e per interessi finanziario-assicurativo-economico, di accordi commerciali internazionali, che poco hanno a che vedere con il rispetto del diritto internazionale, dei diritti civili, sociali, di cittadinanza e di parità di trattamento, dell’EUROPA DEI POPOLI ipotizzata dopo la seconda guerra mondiale e il primo riequilibrio degli assetti geopolitici e dell’economia in Europa.
LA NOSTRA CONSAPEVOLEZZA E’ CHE COME QUASI DUE SECOLI FA, all’affermazione degli Stati nazionali e delle prime forme di collaborazione sovranazionale, “L’’EMANCIPAZIONE DI LAVORATORI E LAVORATRICI SARA’ OPERA DI LORO STESSI”. Per un’Europa senza frontiere, confini, discriminazioni.
A cura di Roberto Martelli - Esecutivo nazionale Usi 1912 segreteria.usi@???
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