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Szerző: usiait1
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Tárgy: [Precari_roma] Fwd: Un Documento e scheda riepilogativa commentata su sindrome del BURN OUT, esempi nella scuolae nella sanità, LA RILEVANZA SU SALUTE E SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO a cura di USI 1
Per informazione e conoscenza, per diffusione e pubblicazione scheda tecnica commentata a cura di Usi 1912 nazionale e romana (ndr l'ultima fatica fatta dal sottoscritto, post congresso Usi 1912) in allegato e qui sotto inserito, uno dei tanti campi di intervento e di FORMAZIONE SINDACALE AUTOGESTITA, che stiamo seguendo da tempo...e ci sta ancora molto da fare.
Buona lettura, RICORDO IL 18 MAGGIO SCIOPERO NAZIONALE SANITA' PUBBLICA E PRIVATA, COOPERATIVE SOCIALI E SERVIZI SOCIO SANITARI ASSISTENZIALI EDUCATIVI (servizi esternalizzati) INCLUSIONE SOCIALE E SCOLASTICA, con manifestazione e presidio con social corner il 18 maggio 2026 a Roma, Lungotevere Ripa 1 https://www.google.com/maps/search/Roma,+Lungotevere+Ripa+1?entry=gmail&source=g, dalle 10.30 alle 13.30-14, sotto il Ministero della Salute, con copertura di sciopero confermato proclamato da Usi 1912 e lo stesso giorno da Usb lavoro privato, come sciopero plurisettoriale nazionale, anche per muoverci sulla PIATTAFORMA DI RINOVO DEI CCNL 2026 2028...trasmette per Usi 1912 Roberto Martelli (Usi 1912 è aderente alla RETE NAZIONALE LAVORO SICURO e alla RSISL a livello internazionale)

LA SINDROME DEL BURNOUT, scheda riepilogativa su SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO A cura di Usi 1912 aderente a RETE NAZIONALE LAVORO SICURO e RSISL.
Contatti, informazioni, consulenze (gratuite) adesioni: segreteria.usi@??? mailto:segreteria.usi@gmail.com e usiait1@??? mailto:usiait1@virgilio.it

La sindrome del burnout è uno specifico disagio psicofisico connesso al lavoro e causata dallo stress generatosi sul lavoro. Si può manifestare con alcuni “eventi sentinella”, quali il deterioramento dell’impegno lavorativo e delle emozioni associate al lavoro; il problema di adattamento al lavoro a causa dell’eccessivo carico; scarsa autostima, aggressività, stanchezza, insonnia, nervosismo, depressione, insofferenza, sintomi gastrointestinali, tensione muscolare, vertigini, tachicardia, rush cutanei. e allergie improvvise. Sulla sindrome di burnout può influire la situazione familiare, le aspettative professionali, l’alta emotività. Si tratta dunque di una condizione che ha effetti concreti nel campo lavorativo ed anche concause che possono essere prevenute.
Per esempio, oltre alle professioni sanitarie, sociali, socio assistenziali, una soglia di fatica che non fa notizia e non genera emergenze improvvise, che incide in modo costante non solo per chi ci lavora, ma riguarda anche la qualità del lavoro educativo. Non si manifesta con assenze di massa né con crolli spettacolari, ma con una stanchezza che si accumula e si stabilizza, alterando progressivamente attenzione, lucidità e tenuta della relazione educativa degli insegnanti e dello stesso personale educativo (dagli asili nido) fino alle figure di collaboratori-trici scolastiche, personale ausiliario, addetti alle mense, a chi lavora nell’assistenza specialistica ad alunni-e con disabilità. È una condizione che non ha ancora un nome clinico specifico, ma che produce effetti misurabili sull’organizzazione del lavoro scolastico: è il terreno su cui il burnout prende forma, molto prima di diventare riconoscibile e codificabile come tale. Il punto critico non è l’aumento dei casi di burnout conclamato, ma la diffusione di uno stato di affaticamento emotivo e cognitivo che diventa parte ordinaria del lavoro. Una fatica che non interrompe la prestazione, ma la rende più rigida, meno flessibile, meno disponibile alla relazione educativa. In questa fase intermedia, il sistema continua a funzionare, ma perde progressivamente qualità. Lo poniamo in rilievo, non perché il lavoro operaio o di altre importanti figure e settori di lavoro ne siano meno colpite, ma perché per OGNI PAESE CIVILE, L’EDUCAZIONE E L’INSEGNAMENTO RIVOLTA ALLE GENERAZIONI PIU’ GIOVANI “IN FORMAZIONE” come pure per l’EDUCAZIONE AGLI ADULTI, per contrastare il fenomeno di ANALFABETISMO DI RITORNO E QUELLO FUNZIONALE, HA UNA RILEVANZA FONDAMENTALE.
A un buon lavoro, un buon servizio: Non si tratta di una malattia individuale, ma di una condizione che nasce dall’interazione tra persona e contesto professionale. Nel caso della scuola, questa interazione si è progressivamente squilibrata. L’insegnamento rientra tra le cosiddette “helping professions”, quelle in cui il lavoro si svolge attraverso la relazione e richiede un investimento emotivo continuo. Nel contesto scolastico, questo investimento è amplificato dal fatto che gli interlocutori principali sono studenti e studentesse in fase di sviluppo, spesso portatori di fragilità educative o emotive. La relazione educativa non è un elemento accessorio, ma uno strumento professionale centrale. La distinzione è rilevante perché consente di separare il burnout dall’idea di debolezza individuale. Il benessere, in questa prospettiva, non coincide con una condizione ideale o priva di ostacoli, ma con la disponibilità di risorse che permettono di affrontare il lavoro senza esaurirsi, se tali risorse si riducono, il funzionamento professionale resta in piedi, ma a costo di un logoramento crescente.
I dati raccolti dall’Osservatorio Scuola e Benessere su oltre 3.000 insegnanti italiani di ogni ordine e grado mostrano che più della metà sperimenta per periodi prolungati una stanchezza emotiva e cognitiva significativa. Non si parla di diagnosi, ma di indicatori standardizzati di stress lavoro-correlato ed esaurimento emotivo (i famosi eventi sentinella da monitorare e su cui vigilare in tutti i posti di lavoro, art. 28 D. Lgs. 8172008). Le ricadute riguardano attenzione, concentrazione, memoria e capacità di gestire situazioni complesse in classe. Il burnout non inizia con un crollo improvviso, ma con una fase prolungata di adattamento forzato. Gli insegnanti continuano a lavorare, a garantire il funzionamento della classe e il rispetto delle scadenze, mentre consumano progressivamente le proprie risorse. Il sistema, nel frattempo, registra solo ciò che è misurabile: presenze, orari, adempimenti. La fatica resta fuori campo. Questa rimozione ha effetti diretti sulla prevenzione. Se e quando il burnout viene intercettato, spesso è già strutturato. La soglia clinica rappresenta l’esito finale di un processo che si è sviluppato molto prima, in una zona intermedia che oggi fatica a trovare riconoscimento istituzionale. una fase lunga e opaca in cui il disagio si manifesta senza essere nominato. È una zona intermedia, fatta di stanchezza persistente, tensione continua e sintomi fisici che non vengono immediatamente associati al lavoro. Qui si colloca la parte più estesa e meno intercettata del problema.
I dati dell’Osservatorio Scuola e Benessere mostrano con chiarezza questo scarto. Solo l’11% degli insegnanti coinvolti nelle rilevazioni si definisce “ansioso”, ma il 38% riferisce uno stato di preoccupazione cronica e il 66% segnala sintomi psicosomatici ricorrenti. Il disagio, c’è, ma non viene riconosciuto come tale. Viene per così dire, normalizzato, assorbito nella routine professionale, spostato sul piano fisico. Dal punto di vista cognitivo, la fatica si traduce in difficoltà di concentrazione, calo dell’attenzione, rallentamento nei processi decisionali. Non sono errori evidenti o dovuti a incapacità professionale, ma effetti di una riduzione progressiva della lucidità, che rende più complessa la gestione della classe, di una sezione di un nido, l’assistenza alle persone con disagi o disabilità, la normale routine diventa fonte di grande dispendio di energie e di stress e delle situazioni complesse. Il personale insegnante, educatori-trici, il personale delle strutture scolastico educative anche ausiliario, continua a “funzionare” dal punto di vista lavorativo, ma con un dispendio di energie sempre maggiore. Quando emergono assenze prolungate o richieste di supporto clinico, il processo è spesso già avanzato.
Una fascia ampia di disagio che non rientra nelle categorie cliniche, ma che incide in modo diretto sulla qualità del lavoro. Questa area intermedia è cruciale dal punto di vista della prevenzione e il burnout può essere ancora reversibile, a condizione che sia riconosciuto e codificato come tale, superando la prima fase della sua invisibilità nelle fasi iniziali. Un’invisibilità che non dipende dalla mancanza di segnali, ma dalla difficoltà di leggerli come tali in un contesto che continua a chiedere prestazione e adattamento, senza strumenti adeguati di rilevazione e tutela.
Il burnout docente ed educativo, non nasce dall’insegnamento in sé. I dati mostrano con coerenza che la fatica più logorante si accumula altrove, nelle aree meno visibili del lavoro scolastico, quelle che negli ultimi anni hanno assorbito tempo, energie cognitive e investimento emotivo senza essere riconosciute come tali. È qui che si concentrano le principali fonti di stress cronico.
Le evidenze internazionali forniscono un quadro netto. Nell’indagine Talis 2024 dell’Oecd, il 56% degli insegnanti italiani indica l’eccessivo carico di lavoro amministrativo, quello non frontale, come fonte di stress “abbastanza” o “molto” rilevante, il primo elemento e fattore di rischio. Una percentuale superiore alla media Ocse, che segnala una specificità del contesto nazionale italico. Documentazione, rendicontazioni, compilazione di piattaforme, adempimenti formali hanno assunto un peso crescente, sottraendo spazio al lavoro didattico e alla preparazione delle lezioni. Questo carico di lavoro non è solo quantitativo. Ha una forte componente cognitiva, richiede attenzione continua, precisione, rispetto di scadenze multiple e una gestione frammentata del tempo. È un lavoro che si colloca spesso ai margini dell’orario scolastico e che contribuisce in modo diretto all’affaticamento mentale. Non produce risultati immediatamente visibili in aula, ma incide sulla qualità complessiva della prestazione. Un secondo fattore riguarda la pressione relazionale esercitata dal rapporto con le famiglie. Sempre secondo Talis 2024, il 48% degli insegnanti italiani considera stressante la gestione delle “preoccupazione di genitori” e di familiari di utenti. Le aspettative nei confronti della scuola si sono intensificate, così come la richiesta di comunicazione continua. Il personale docente e quello educativo, si trova a presidiare un confine sempre più poroso tra funzione educativa, mediazione emotiva e gestione del conflitto.
Questo carico relazionale richiede un investimento emotivo costante, capacità di regolazione e una disponibilità che si estende oltre il tempo della lezione. In assenza di spazi strutturati di supporto, la pressione tende a essere assorbita individualmente, aumentando il rischio di logoramento.
Il terzo elemento e fattore critico, riguarda il lavoro valutativo. Compiti da correggere, verifiche, responsabilità legate agli esiti di studenti e studentesse, rappresentano una componente rilevante dell’affaticamento cognitivo. Anche in questo caso, il 48% dei docenti italiani segnala livelli di stress superiori alla media Ocse. È un lavoro spesso invisibile, svolto in gran parte fuori dall’orario scolastico, che si somma alle altre richieste senza un riconoscimento proporzionato. Accanto a questi fattori, le ricerche dell’Osservatorio Scuola e Benessere evidenziano il ruolo decisivo del clima organizzativo. La qualità delle relazioni tra adulti a scuola può funzionare da fattore protettivo oppure amplificare l’impatto delle richieste lavorative. Contesti caratterizzati da scarsa collaborazione, conflittualità o dinamiche di delegittimazione professionale producono un effetto moltiplicatore sullo stress.
Il malessere docente/educativo non dipende solo dalla “quantità” di lavoro (una delle componenti e fattori più evidenti del lavoro operaio e dei settori produttivi, l’aumento di carichi di lavoro e di aumento di ritmi e intensità del lavoro richiesto, a fronte del medesimo tempo che si pretendeva in precedenza per produrre, con gli effetti di aumento di incidenti sul lavoro, incidenti in itinere tornando dal lavoro verso casa, aumento delle assenze per malattia, giustificate come fattore negativo dagli esperti padronali come “aumento dell’assenteismo”…grrr), ma dal “come” si lavora insieme: la qualità delle relazioni tra adulti a scuola può rappresentare una risorsa preziosa, ma spesso diventa un fattore di rischio. Quando il contesto organizzativo non sostiene, anche carichi prima gestibili diventano logoranti.
Il quadro che emerge è coerente. Il burnout si sviluppa all’intersezione tra richieste elevate, pressione relazionale e risorse percepite come insufficienti. Non è l’atto dell’insegnare a esaurire, ma la stratificazione di compiti, aspettative e responsabilità che circondano l’insegnamento e ne ridefiniscono il perimetro. Una stratificazione che produce come effetto diretto, la sostenibilità del lavoro docente.
La fatica accumulata non si scarica in un singolo momento critico, ma si distribuisce nel tempo, riducendo progressivamente la capacità di recupero. In assenza di strumenti di monitoraggio e di interventi organizzativi mirati, il rischio è che questa condizione sia “letta” e valutata come normalità, fino a quando non diventa irreversibile. Il nodo è che LA PREVENZIONE ANCHE NELLA SCUOLE E NEI SETTORI EDUCATIVI IN ITALIA, è spesso ridotta a un mero adempimento formale, scollegato dalla quotidianità del lavoro. La normativa sulla valutazione del rischio da stress lavoro-correlato impone alle scuole un monitoraggio periodico (art. 28 D. Lgs. 8172008). Nella pratica, questa valutazione tende a essere episodica, standardizzata, poco sensibile alle dinamiche specifiche del lavoro docente.
Questionari somministrati una tantum, report generici, scarsa restituzione ai contesti, strumenti che difficilmente intercettano una fatica che si costruisce nel tempo e che raramente viene dichiarata in modo esplicito. È su questo livello che si colloca il vuoto principale delle politiche e misure di prevenzione, l’assenza di strumenti continui, accessibili e non stigmatizzanti. La prevenzione del burnout docente/educativo non può essere affidata solo alla responsabilità individuale, né risolta a valle, quando il disagio è già strutturato. Richiede dispositivi che agiscano prima, nel tempo ordinario del lavoro, e che consentano alle istituzioni di leggere tendenze, non solo nella fase dell’emergenza. In assenza di questo livello intermedio, il sistema continua a intervenire troppo tardi. Quando il burnout diventa visibile, il costo è già alto: per gli insegnanti, il personale educativo, per gli ausiliari, per chi lavora sulle problematiche della disabilità, per le scuole e gli enti locali, per la qualità dell’esperienza educativa.
Il monitoraggio pre-clinico, come esperienza da verificare e applicare in modo costante e non sporadico, non è una soluzione, ma rappresenta una delle poche leve oggi disponibili per riportare il tema del benessere docente dentro una responsabilità collettiva e non lasciarlo confinato nella sfera privata del singolo o singola persona. Lo stesso discorso, cambiando il tipo di prestazione di cura e assistenza, anche in fase “emergenziale”, è sostenibile per TUTTO IL COMPARTO SANITARIO, SOCIO SANITARIO ASSISTENZIALE, PUBBLICO O PRIVATO, PER LE PRESTAZIONI SANITARIE E LE ATTIVITA’ NEL SERVIZIO FARMACEUTICO. Ciò sia per la codificazione degli eventi-sentinella e dei sintomi che restano sottotraccia, ma della fatica e della difficoltà di collegarla all’organizzazione del lavoro, nella sanità e nei servizi sociali, di cura e assistenza, che l’utenza sia di persone con malattie, disturbi o patologie, che sia anziana, minore, disabile, il FATORE DI RISCHIO NON CAMBIA LA NATURA, solo l’estensione del fenomeno e la sua rilevanza, per il tipo e la quantità di prestazioni richieste.





Secondo il Rapporto Censis 2025, il 31,8% dei dipendenti italiani ha sperimentato forme di esaurimento, estraneità o sentimenti negativi nei confronti del proprio lavoro, ossia forme di burn-out. Sono trascorsi oltre 50 anni da quando per la prima volta questo termine entrò nel lessico aziendale, mentre oggi si tratta di un fenomeno fortemente riconosciuto. Identificato per la prima volta negli anni ’70, teorizza una particolare tipologia di stress lavorativo che interessa corpo, mente e spirito con risvolti profondi e pericolosi, anche per la difficoltà di essere riconosciuto come malattia professionale.
L’OMS ha inserito tale sindrome tra le malattie professionali ed in Italia anche la Cassazione ha riconosciuto il peso delle patologie specifiche, prevedendo un indennizzo INAIL a determinati condizioni, quando il burnout è strettamente collegato alla prestazione lavorativa (cfr.: ordinanza 29611/2022 e sentenza 4279/2024). Una sentenza della Corte d’appello di Firenze (la n. 559/2023) ha peraltro riconosciuto la correlazione tra stress lavorativo e malattia professionale.
Burn-out oggi in Italia: Secondo il Censis, il malessere psicologico nel mondo del lavoro coinvolge oggi il 47,7% dei giovani, il 28,2% degli adulti, e il 23% dei dipendenti anziani.
Il 73% vive situazioni di stress o ansia lavorativa, il 76,8% mancanza di equilibrio tra vita privata e lavoro, il 75,9% soffocamento dovuto alle responsabilità quotidiane, il 73,9% eccessiva pressione quando lavora. Il 67,3% non riceve supporto da parte del datore di lavoro, il 68,5% percepisce un ambiente lavorativo ostile, il 65% non riesce a concentrarsi per il troppo stress, il 36,7% è dovuto andare dallo psicologo o da un counseling.
Sindrome da burnout: indica lo stress provato a lavoro che determina un logorio psicofisico ed emotivo. Si tratta di una sindrome che è stata riconosciuta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come una vera e propria malattia che in quanto tale, richiede diagnosi e poi cura presso i Servizi Sanitari Nazionali. La sindrome nasce per diversi fattori, di solito scaturisce da questioni organizzative e professionali. Incide la forte insoddisfazione legata ad una retribuzione ritenuta inferiore a quella meritata, in considerazione del carico di lavoro e dei ritmi pretesi per garantire determinate “performance” e raggiungimento di risultati secondo le richieste aziendali, o nella speranza di ottenere premi di produzione o avanzamenti di carriera o professionali, disattese.
Si tratta fondamentalmente di una forma di forte stress determinato dal lavoro o dalla sua mancanza (il termine burnout sta per “esaurimento”). E’ uno specifico disagio psicofisico connesso al lavoro, descritto inizialmente da H. Freudenberger e da C. Maslach a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. L’OMS ha inserito questa sindrome nell’ultima versione dell’International classification of diseases, in vigore a partire dal gennaio del 2022, indicando le linee guida sugli aspetti di cui va tenuto debito conto, come uno dei fattori di rischio che può determinare e influenzare lo stato di salute della persona in generale e di chi lavora in particolare. La difficoltà principale è quella di capire la malattia e prenderne atto. Questo perché i suoi sintomi sono comuni e molto diffusi. Ma messi assieme, rivelano un quadro sintomatologico che può sfiorare nella patologia. E’ stata individuata per la prima volta nel 1974 dallo psicologo Herbert Freudenberger, in prima analisi appariva riservata soprattutto ai lavoratori e alle lavoratrici, del settore sociale, sanitario, assistenziale, della formazione e dell’educazione, ai membri delle forze dell’ordine.
Oggi si ritiene che questa forma di forte stress possa colpire praticamente tutti-e, specie coloro che sono sommersi dagli impegni di lavoro, senza soluzione di continuità.
Secondo uno studio condotto dalla Chartered Accountants Benevolent Association, lo stress affligge milioni di lavoratori ed il 90% dichiara di sentirsi vicino al “burnout mentale”.
Sentirsi stressati per un terzo della giornata lavorativa e perdere fino a cinque ore di sonno alla settimana per via della pressione, è uno dei primi sintomi.
Burnout: le cause e conseguenze di questa sindrome possono derivare da diversi fattori e cause: dal sovraccarico di lavoro, al senso di impotenza, alla mancanza di riconoscimenti, alla iniquità di trattamento. Lo stress lavoro correlato è una delle cause più comuni di malattie professionali e colpisce milioni di persone a causa di orari pesanti, rapporto difficile con i colleghi, colleghe e i superiori gerarchici, impieghi che richiedono frequenti spostamenti. Non bisogna mai sottovalutare il problema: farlo può arrivare a livelli di ansia insostenibili, con conseguenze gravi sul lavoro e sulla salute. La sindrome, se non adeguatamente affrontata, porta come minimo alla perdita di interesse nel proprio lavoro, dell’ambiente circostante, fino all’assenteismo. Sul piano fisico, le conseguenze possono essere anche molto pesanti (allergie croniche; insonnia; problemi cardiovascolari e infarto).
Come si manifesta il burnout e i questionari e test per capire se è presente e “attiva” la sindrome. Il burnout si manifesta come un senso di sopraffazione da parte degli eventi esterni, soprattutto lavorativi, il soggetto mostra una visione cupa della realtà. Si passa da uno stato di frustrazione e insoddisfazione ad uno di apatia e indifferenza.
Esistono delle rilevazioni e dei test, attraverso dei questionari tipo, in base alle risposte si possono assegnare un punteggio da 1 a 5 a seconda della frequenza (1 = mai, 2=raramente, 3=spesso, 4= moto spesso, 5= sempre) che aiutano a capire se si è vicini all’esaurimento.
Ecco un esempio di questionario-tipo: Mi sento stanco; Non sono soddisfatto del mio lavoro; mi sento triste senza nessun motivo apparente; Fatico a ricordare le cose; Sono irritabile; Evito il contatto con le persone; Ho difficoltà a dormire a causa delle preoccupazioni di lavoro; Mi ammalo spesso; Ho spesso conflitti sul lavoro; Il mio rendimento è o appare scadente; Ho difficoltà nel comunicare con gli altri; Non riesco a concentrarmi; Mi annoio facilmente sul lavoro; Ho poca vita sociale; Mi preoccupo per il lavoro durante le mie ore libere; Le ansie lavorative interferiscono con la mia vita personale; l mio lavoro mi sembra inutile; Ho bisogno di assumere alcol o altre sostanze (psicofarmaci, fino a sostanze stupefacenti) per sentirmi meglio; Mi sembra di faticare molto senza ottenere risultati; Mi sento frustrato in ambito professionale. Se il punteggio ottenuto varia tra 20 e 40, il proprio livello di stress è sotto controllo, mentre se è compreso tra 41 e 60 è necessario adottare misure preventive. Chi ha ottenuto un risultato tra 61 e 80 è vicino alla sindrome del burnout, mentre da 81 a 100 si è ormai nel pieno della patologia professionale.
I 5 sintomi principali della sindrome di burnout: la sindrome da burnout va individuata con l’aiuto di un medico o di uno psicologo ed un semplice test serve solo a far accendere un eventuale campanello d’allarme, perché si tratta della rilevazione dei c.d. “eventi-sentinella”.
L’evoluzione degli studi su tale sindrome e malattia, ha portato alla CODIFICAZIONE di elementi chiave, dal rifiuto del lavoro e la svogliatezza delle prestazioni lavorative, la rabbia mista alla depressione e alla stanchezza cronica.
Segnali di “riconoscimento tipizzato” o codificato, di una situazione di burnout: sentirsi sempre stanchi, dalla mattina appena alzati e per tutto il giorno; percepire un aumento oltre i limiti accettabili del livello di ansia, soprattutto quando si è al lavoro; sentire una forte demotivazione, senza stimoli; sentire di non avere tempo per fare nulla; soffrire improvvisamente di malattie psicosomatiche che possono degenerare in malattie più serie, primi fra tutti i disturbi cardiovascolari. Cause fisiche e psicologiche, dal punto di vista fisico, accusare sintomi gastrointestinali, tensione muscolare, vertigini, tachicardia, manifestazioni cutanee ma anche allergie improvvise. Per quanto riguarda l’aspetto psicologico, si vive con rabbia e aggressività immotivate, depressione, scarsa autostima, incapacità di alzarsi dal letto per andare al lavoro, senso di colpa, sensazione di fallimento e difficoltà a relazionarsi con gli altri.
Le possibilità di cura del burnout: la migliore cura è non negare che il problema esiste.
Se avete almeno tre dei sintomi, parlatene con chi vi può aiutare: medico, o psicologo, qualcuno con cui possiate condividere apertamente il problema e scegliere insieme il modo migliore per affrontarlo seriamente, senza sottovalutarlo inutilmente. La strategia migliore a livello aziendale è prevenire le cause puntando sulla promozione dell’impegno lavorativo, anche con progetti mirati organizzativi, di sostegno e ausilio, che coinvolgano la forza lavoro nel suo complesso e i gruppi di lavoro, evitando di lasciare le persone “a rischio” isolate o in via di allontanamento da una vita lavorativa e sociale partecipe.
A livello personale, bisogna riuscire a rimanere concentrati e a non farsi sopraffare dagli impegni. Il primo consiglio è lavorare con una precisa programmazione, che aiuti a misurare la sostenibilità degli impegni, così da non rimanerne subalterni e succubi. Trovare il giusto ritmo aiuta a ottimizzare gli sforzi riducendo lo stress, per ottenere un livello di vita lavorativa equilibrata. un buon “work life balance”, secondo la terminologia inglese, non è un lusso né è un “costo aziendale”, ma costituisce il migliore antidoto a una vera e propria malattia professionale e si ricorda sempre, la TUTELA DELLA SALUTE E’ UN DIRITTO E LA SICUREZZA E’ DA PORSI SULLO STESSO PIANO, a prescindere dai c.d. “costi aziendali”.
Affrontata e impostata correttamente, la prima fase di conoscenza, la seconda fase è ammettere il problema per evitare stress aggiuntivo e la cronicizzazione dei sintomi. La terza fase è curare la patologia apertamente, senza il timore di vedersi bloccare la carriera o non ricevere i premi aggiuntivi al salario e alla retribuzione spettante, andando “fuori giri” per ritmi, carichi di lavoro eccessivi, aspettative più pesanti di quelle che il nostro fisico e la nostra mente possa legittimamente, sopportare sotto sforzo.
Il burnout non serve a nessuno, né a chi lavora o ai loro familiari o amici, nemmeno al datore di lavoro, che con i doverosi e ormai OBBLIGATORI ADEMPIMENTI, posti dalle disposizioni normative in vigore in Italia (art. 2087 codice civile, Legge 300 1970 anche art. 9 a livello di tutela collettiva, D. Lgs. 81 2008, ora anche la Legge 198/2025 e il D. Lgs. 34/2026 specie per l’utilizzo di lavoro agile-smart working e le innovazioni tecnologiche e informatiche, con l’avanzata della “digitalizzazione”) e i relativi accorgimenti datoriali, può TUTELARE E MANTENERE LO STATO DI SALUTE OTTIMALE DELLA FORZA LAVORO, senza disperdere le esperienze e competenze di dipendenti e anche dei responsabili o managers.
Serve poi il ruolo attivo di RLS consapevoli, combattivi e preparati e la forza organizzativa interna, dei gruppi di lavoratori e lavoratrici, autorganizzati anche sindacalmente o la forza propositiva, di impulso e vigilanza dei comitati operai, impiegati e tecnici come è previsto all’articolo 9 della Legge 300 1970, nell’evoluzione delle funzioni tipiche dei gruppi omogenei, come attività anche di controllo dei vari soggetti nominati dal datore di lavoro (medico competente aziendale e ruolo nella sorveglianza sanitaria ex art. 41 D. lgs 81/2008, preposti aziendali, RSPP). Fino ai servizi sanitari territoriali di quello che era il SSN e regionale pubblico, come strutture in grado di impostare correttamente le misure e i provvedimenti opportuni da far prendere ai datori di lavoro, finalizzati alle funzioni storiche della TUTELA DELLA SALUTE E DELLA SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO E DEGLI AMBIENTI DI LAVORO, LA PREVENZIONE, L’INFORMAZIONE, LA FORMAZIONE E L‘ADDESTRAMENTO, anche durante le fasi di riorganizzazione aziendale, di ristrutturazioni e di cambiamenti che incidono nell’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO e nelle attività e pretese padronali, pubbliche, private o cooperative che siano, ma che non possono prescindere da determinate garanzie e dalla funzione storica, ereditata dal movimento operaio e sindacale, di CONTROLO DELLE FASE DELL’ORGANIZZAZIONE DE LAVORO, DEI RITMI E CARICHI DI LAVORO, fino alla quantità e qualità di quello che si produce o si realizza.
LA SALUTE NON E’ UNA MERCE, LA SICUREZZA NON E’ UN COSTO AZIENDALE, DA RIDURRE O COMPRIMERE PER UN UTILE O UN PROFITTO NON REDISTRIBUITO EQUAMENTE TRA TUTTI-E COLORO CHE LO OTTENGONO, E’ UN DIRITTO.
Proseguiamo collettivamente questo lavoro e attività dal basso, AUTORGANIZZATI-E SUI POSTI DI LAVORO E SUI TERRITORI, con le giuste e stabili strutture di AUTODIFESA COLLETTIVA, utili a livello personale, per non lasciare che la questione sia vissuta e subita come se fosse un “problema individuale”, svincolato dal contesto collegiale dei luoghi di lavoro, dell’ambiente circostante e dell’organizzazione del lavoro, di competenza datoriale, che incide su tutti-e e su alcune categorie più a rischio di altre, a partire dalla forza lavoro in età giovane o addirittura “in formazione”, come testimoniano i dati del CENSI.S

DOVE CI TROVATE: I nostri punti info-lavoro e sportelli informativi, per consulenze (gratuite), notizie, appuntamenti e colloqui, adesioni LUNEDI’ ORE 17 19 LARGO GIUSEPE VERATTI 25 ROMA https://www.google.com/maps/search/VERATTI+25+ROMA?entry=gmail&source=g; GIOVEDI’ (su appuntamento da confermare) FASCIA 17.30 19,30 PRESSO SPAZIO DI PIAZZA GAETANO MOSCA 51 ROMA https://www.google.com/maps/search/PIAZZA+GAETANO+MOSCA+51+ROMA?entry=gmail&source=g; IL SECONDO E QUARTO MERCOLEDI’ DEL MESE FASCIA 18-20, VIA DELLE ACACIE 88 CENTOCELLE ROMA https://www.google.com/maps/search/VIA+DELLE+ACACIE+88+CENTOCELLE+ROMA?entry=gmail&source=g (presso Cdp Centocelle aps e circolo Prc di Centocelle)
Punti di consulenza e informativi anche alla sede USI 1912 E USICONS aps (sede anche del sindacato USI C.T.&S., quella vera) presso USI CUNEO https://www.google.com/maps/search/CUNEO+Piazzale+della+Libert%C3%A0+7+Cuneo?entry=gmail&source=g Piazzale della Libertà 7 Cuneo https://www.google.com/maps/search/CUNEO+Piazzale+della+Libert%C3%A0+7+Cuneo?entry=gmail&source=g  per contatti, info e adesioni usi.cuneo@??? mailto:usi.cuneo@gmail.com, cellulare 347 4102063); presso Usi Catania (usi.catania@??? mailto:usi.catania@gmail.com) Usi/Usicons aps Rimini (usi.rn@??? mailto:usi.rn@libero.it) Usi Imperia (usi.imperia@??? mailto:usi.imperia@gmail.com) Usi SLAM/Usicons Udine (usiconsudine@??? mailto:usiconsudine@gmail.com)