[Hackmeeting] Alternative e No

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Auteur: karlessi
Datum:  
Aan: hackmeeting
Onderwerp: [Hackmeeting] Alternative e No
ciao

scrivo per condividere alcune riflessioni che mi vengono in particolare
dalla lettura dell'intervista al collettivo Bida pubblicata qui:

https://umanitanova.org/resistenza-digitale-lesperienza-del-collettivo-bida/

mi conforta e rasserena che continuino a esistere e anzi prosperino
simili iniziative. è prezioso, indispensabile. grazie. grazie anche a
tutti gli altri collettivi, gruppi, persone che si adoperano per servizi
autonomi e liberi.

il seguito sono riflessioni per porre in risonanza questa esperienza con
il più vasto mondo da una parte e con le più idiosincratiche abitudini
quotidiane dall'altra.

Confido possano contribuire alla riflessione sul "Come siamo" (che, però
è down - https://it.hackmeeting.org/come-siamo.html)

(è venuta lunga. oggi piove... no, è solo che mi è venuta così.)


# Alternative?

Il termine "alternative", specialmente nelle tecnologie informatiche, è
scivoloso. Ho imparato a diffidarne, tenendomene alla larga per quanto
possibile. Un'alternativa è generalmente percepita come alternativa
oggettuale e (nei mondi capitalisti, come i nostri) merceologica, non
come alternativa infrastrutturale/organizzativa, sociale. In parole
povere: la pasta è un'alternativa al riso; la cicoria è un'alternativa
al caffè. Quest'ultimo esempio introduce la questione "succedanei e/o
surrogati", cioè alternative di qualità tendenzialmente inferiore
all'originale.

Dal cibo al digitale: Matrix come alternativa a Telegram IMHO viene
percepito, nella migliore delle ipotesi, come un succedaneo, privo di
buona parte delle "qualità" del prodotto originale. Si possono
moltiplicare gli esempi a piacimento, con F/LOSS potenzialmente
autogestibile al posto di sistemi chiusi e proprietari (Signal pro
WhatsApp; Jitsi pro Zoom/Meet; Nextcloud pro Gdrive/OneDrive; ecc ecc),
sempre succedanei rimangono.

(Anche perché ormai l'alienazione tecnica e l'addestramento cognitivo di
massa sono talmente avanzati che utenti abituati a Zoom troveranno
disfunzionale Meet o Teams, e viceversa.)

S'intende che si tratta di succedanei nella percezione degli/delle
utenti, quantomeno. La percezione di chi il sistema lo mette a punto e
lo organizza è tutt'altra. Matrix si può allestire in maniera
autogestita. Telegram no. Quindi... è un'alternativa?

Il fatto è che questi sistemi non rispondono alle stesse esigenze, se
non in maniera superficiale. Mastodon è un social media? Sì, a una prima
occhiata. Specialmente se lo raccontiamo come tale a chi si pone / è
posto come "utente". Ma c'è dell'altro, molto altro, ed è quell'altro a
essere davvero "alternativo": cioè il fatto che Mastodon può
rispecchiare una comunità ed evolvere sulla base delle esigenze di
quella comunità. Infatti si può fare un'istanza Mastodon di orientamento
nazista, suprematista bianco, nazionalista indù, stalinista...
consiliarista, anarco-comunista malatestiana, ecc ecc

non tornerò qui sulla non-neutralità della tecnica, e della tecnologia,
perché ne ho già scritto fin troppo negli ultimi vent'anni e mi annoio
da solo. basta ripeterlo a mo' di slogan: "NON dipende SOLO da come lo
usi". Vi sono elementi ideologici, visioni del mondo, incorporati nei
corpi delle macchine, anche digitali; elementi da cui discendono
tipologie di organizzazione sociale più o meno gerarchizzate, più o meno
industriali, più o meno conviviali.

Torniamo al cibo. Il gruppo d'acquisto solidale presentato come
alternativa al supermercato rende cattivo servizio alle generose
iniziative d'autogestione delle filiere di approvvigionamento alimentare
(e non solo, es.: la comunità energetica che ricorre a energie
rinnovabili presentata come alternativa alla produzione centralizzata di
energia da fonti fossili rende cattivo servizio alle iniziative
autogestionarie in ambito energetico).

Perché il punto cruciale di differenza/alternativa non è (solo)
oggettuale/merceologico, ma (soprattutto) infrastrutturale e organizzativo.

Torniamo al digitale. L'autogestione dei servizi informatici è
un'alternativa alla cultura delle corporation globali (BigTech)? Forse.
Ma non riguarda solo gli oggetti (i software, gli hardware), ma anche e
soprattutto i soggetti (gli umani coinvolti), e le relazioni che
intrattengono fra loro e con il mondo circostante. Le responsabilità, la
condivisione di obiettivi, l'adozione di comportamenti, modalità e
procedure. Ma questa seconda parte rimane nascosta, perlopiù, e la
divaricazione tra chi gestisce e chi fruisce non smette di ampliarsi. Mi
pare.

# NoBigTech?

Dalla narrazione dell'alternativa discende un'altra scivolosa catena di
espressioni: le espressioni del "NO". Siccome si propone un'alternativa,
con curiosa inversione di polarità positivo-negativo, l'alternativa
cattiva è "SI", contrapposta a un'altra scelta che è "NO". NoBigTech,
dice Bida. Una volta si diceva: Nologo. Queste espressioni presentano
un'"aria di famiglia" (Familienähnlichkeit, L. Wittgenstein, Ricerche
filosofiche) con le espressioni dell'"anti" (antifascista, antisessista,
anticapitalista, ecc.). In teoria, anzi, emotivamente, di cuore, di
pancia, mi trovo perfettamente d'accordo con i "NO" e con gli "anti".

L'enorme vantaggio dei "NO-anti" è la rassicurazione identitaria. Mi
rassicura sentirmi "contro", rifiutare ciò che ritengo deleterio. Mi
rassicura riconoscermi nelle altre persone che altrettanto ritengono
deleterie quelle modalità, comportamenti, ecc ecc.

Ma se guardiamo agli ultimi trent'anni, e al vasto mondo, i "NO" e gli
"anti" hanno reso cattivo servizio alle generose iniziative di
autogestione delle vite umane e dei mondi possibili. Sono spesso
diventate rapidamente uno svantaggio nella percezione della (purtroppo)
maggioranza delle persone che non sono già convinte che "NO" e "anti"
sia l'unica posizione sensata. Tendono ad alienare le simpatie di
persone che (forse) potrebbero contribuire e invece trovano più comodo e
logico allinearsi con la massa del "ma a me serve solo che funzioni".
Anche perché i "no-anti" esigono una forte assunzione di responsabilità.
Non è facile dire "NO" in maniera non velleitaria, ma pragmatica e
operativa.

Inoltre i "No-anti" sono abbastanza facilmente vittime di astroturfing.
es.: NoBigTech! Solo "mastodon.uno" vi salverà! (è uno tanti esempi
dello sfruttamento commerciale delle iniziative dal basso riconducibili
ai deprecabili devol.it - fra i più fastidiosi ricordo noblogo.org che
sfrutta l'opera di A/I con https://noblogs.org/)

Quindi... NoBigTech?

# Coerenza No-anti?

I "NO-anti" con cui sono cresciuto, a livello "merceologico", in una
scenetta: a Genova (2001) non ci si immaginava "un altro mondo
possibile" in cui sfamarsi grazie a McDonald e dissetarsi con Coca-Cola.
Certo che poteva succedere, purtroppo, di far ricorso a prodotti di
multinazionali, che però rimanevano oggetto di "NO-anti" assai netti e
abbastanza diffusi a livello sociale. E praticabili. NO a Nike, NO a
Monsanto, ecc ecc. Da cui abbastanza facilmente si passava
all'immaginario, vedi le tattiche di rovesciamento comunicativo di cui
https://adbusters.org/ è stata fonte di immaginario e immaginazione altra.

Oggi invece, osservando gli ambiti quotidiani, è poco realistico
proporre "NoBigTech" al di fuori di ambiti assai ristretti e, perlopiù,
militanti. A meno che non sia uno slogan per attirare l'attenzione e
approfittare della congiuntura (e, allora, OK). Ma in concreto:
collettivi NoBigTech? Forse. Con enormi fatiche e solo se ci sono gruppi
molto motivati (Bida è fra questi, e rinnovo il "grazie"), capaci di
guadagnarsi la fiducia, che offrono, ma anche formano, guidano,
insegnano a usare certi sistemi al posto di altri, ascoltano e
rispondono a esigenze concrete, mantengono la barra dritta rispetto alle
scelte infrastrutturali. Scelte che sono comunque parziali, a livello
autogestionario. dove stanno i server? come sono alimentati? da chi?
quali legislazioni? e l'hardware, è costruito secondo principi
condivisibili "anti" (purtroppo no, almeno non nel 2026)? ecc.

Associazioni, cooperative NoBigTech? Non riescono nemmeno a retribuire
degnamente le persone, quindi a livello organizzativo: M$ o Google.
Scuole, università? M$ e/o Cisco se "tecniche"; Google se
"artistiche/umanistiche". Aziende? NoBigtech improbabile, specialmente
in Italia. E così via. Con l'aggravante, se possibile, di veicolare un
messaggio difficile (per il vasto mondo...) da distinguere rispetto a
quello dei sovranisti e/o nazionalisti, es. "à la française":
https://www.politico.eu/article/france-ban-officials-us-video-tools-zoom-teams-visio/


Non apriamo il capitolo "alternative IA" che mi viene il magone. Anzi,
apriamo e chiudiamo:
https://www.wumingfoundation.com/giap/2025/12/letteratura-e-intelligenza-artificiale/
con tutto il corollario di commenti a me fa pensare che (fatta la tara
alla quotaparte di accelerazionisti che si pensano socialisti) si tratta
di persone che nella migliore delle ipotesi trovano "sbagliata" (quindi:
NO-anti) la faccenda IA, forse perché hanno provato la roba del capitale
(ChatGPT & C.) e l'hanno trovata non di loro gradimento (eppure è
supertossica e piace assai...) e quindi la loro alternativa è no IA,
anti-IA, ecc. Mi pare che non stiano sperimentando, con spirito hacker,
immaginari e immaginazioni altre con macchine affini. Si oppongono o si
adeguano; si schierano; trasformano poco o nulla. Si definiscono
identità in contrapposizione alle "proposte" del sistema. Si ribadiscono
la centralità di corpi e umanità. Come se fossero "alternative" ai
presunti non-corpi e alla non-umanità dell'IA... quando sappiamo bene
quanti corpi umani (e non) servono per costruire quelle megamacchine di
sfruttamento e addestramento di massa.

Quindi: nell'esperienza concreta delle persone, al lavoro (ovunque esso
sia) dominano quasi senza esclusione le BigTech. In ambito
familiare-amicale, anche. Poi, per un'esigua minoranza della
popolazione, ci sono le esperienze di collettivi con la "fissa"
dell'autogestione, anche tecnologica, e OK, a volte, forse, perché no.
Ma che fatica...

E la fatica sarebbe il minore dei problemi. Il maggiore, è la coerenza.

La coerenza nelle scelte diventa estremamente difficile o praticamente
impossibile. L'incoerenza, anche solo percepita parzialmente, è fonte di
sofferenza psico-sociale. O di rifiuto. O di negazione. Di solito,
negazione, condita di benaltrismo: "ci sono ben altri problemi prima di
pensare alle BigTech", e giù a cliccare su qualche megapiattaforma.
Coerenza estremamente difficile: quante persone hanno rifiutato
(NoBigTech!) GoogleClassrom per i loro pargoli nelle scuole pubbliche
e/o private che frequentano? Sui loro luoghi di lavoro, hanno rifiutato
GDrive, M$Teams? Nei collettivi, no Instagram per far conoscere le
proprie azioni? Mi pare di esigere uno sforzo poco plausibile. Perché
poi? Cui prodest? Difficile spiegarlo in pratica.

Una delle ragioni, forse la peggiore, è che i "NO-anti" si nutrono anche
delle mie (nostre?) contraddizioni e compromessi. Nella mia esperienza,
siccome nei progetti europei in cui lavoro sono costretto (non mi
puntano una pistola alla tempia, ma devo cmq adeguarmi, se voglio
starci) ad avere a che fare con BigTech, poter dire che FUORI
dall'ambito lavorativo sono "NoBigTech" svolge una funzione
rassicurante. Conforta il mio desiderio di non-compromissione con ciò
che detesto. Se vivessi una situazione salariata, potrei dirmi: il
padrone mi forza a scelte a cui mi sottraggo appena posso.

# Pro e condivisione

Capisco che l'immaginario, specie di chi è più giovane, abbia bisogno di
slanci come "l'assalto alle piattaforme", il conflitto, la lotta, il
rifiuto di modelli e pratiche intollerabili.

Vorrei affiancare a queste narrazioni quelle del "pro" e della
condivisione di responsabilità e conoscenze. Diversificare. +diversità

Aggiungendo che, storicamente, le masse oppresse, le culture subalterne,
raramente hanno goduto della possibilità di affermare con forza,
esplicitamente, la loro opposizione al sistema vigente. Anche oggi, per
molte persone nel mondo, è difficile o impossibile esprimere
esplicitamente il dissenso. In compenso, le culture subalterne (cf. es.
James C. Scott) sono ricche di esempi e di tradizioni di sottrazione,
poiché la disobbedienza effettiva non ha bisogno di essere sbandierata.
"Quando passa il gran signore, il saggio villico fa un profondo inchino
e silenziosamente scoreggia", recita un proverbio etiope.

Narrazioni del "pro" e della condivisione, in primo luogo.

Tecnologie per la pace, per esempio. Possono le BigTech esserlo? NO, non
possono. Sono tutte direttamente implicate in quello che un tempo si
chiamava complesso militare-industriale e che ora è l'industria più
fiorente anche a livello comunicativo, tanto che se volete vincere un
qualche bando europeo, non dimenticate che il punto di forza è il "dual
use": "soluzioni" tecniche adatte al tempo di pace come al tempo di
guerra. Nell'idea di "tecnologie per la pace", il rifiuto di tecnologie
che sono compromesse strutturalmente con il militarismo guerrafondaio è
una conseguenza di una posizione "a favore", che non ha bisogno di un
polo anche semanticamente "positivo" (BigTech) a cui opporre un "NO".

Non è una sottigliezza retorica. La narrazione e l'immaginario sono potenti.

Tecnologie conviviali, per esempio. Possono le BigTech esserlo? NO, non
possono. Sono strutturalmente megamacchine che esigono e impongono
un'organizzazione gerarchica del mondo, delle risorse umane, naturali,
animali, secondo logiche di sfruttamento e coercizione. Anche qui, il
positivo, nel senso di "posizione", di "porre", viene prima del rifiuto.
Quello che si "pone" in primo luogo è la scalabilità orizzontale e la
capacità di federazione. Il rifiuto della centralizzazione,
dell'accentramento, ecc. è una conseguenza. "Conviviale" implica
un'organizzazione tendenzialmente autogestionaria con distribuzione dei
compiti, anche di manutenzione.

Aggiungo un'espressione d'altri tempi: "azione diretta".
Disgraziatamente, questa espressione è stata interpretata negli ultimi
decenni principalmente come critica e opposizione esplicita, talvolta
violenta, nei confronti di oppressioni sempre più devastanti, di
istituzioni sempre più oppressive e ingiuste. Ma "azione diretta" (cf.
Colin Ward, in particolare) significa in primo luogo adoperarsi per
organizzare qui e ora modalità altre di vivere in un mondo condiviso.
Non ho nulla contro le azioni spettacolari, le proteste di piazza, le
occupazioni, ecc ecc ma ho tutto contro le tragiche conseguenze sempre
più frequenti di manifestazioni del genere (nel vasto mondo, ma anche
nella piccola Italia), ovvero: persone traumatizzate, ferite, torturate,
vilipese, ammazzate, incarcerate con spese legali annesse e per di più
troppo spesso additate/considerate dalla maggioranza silenziosa come
sovversive.

Le attività di un collettivo come Bida, per me, sono "azione diretta",
non tanto e non solo perché consentono ad altri collettivi/persone di
manifestare e militare senza appoggiarsi alle BigTech, ma perché
agiscono direttamente sulle realtà di vita personali e collettive per
trasformarle. In senso libertario, di una maggiore libertà nell'uguaglianza.

Rispetto al "come siamo", in prospettiva, mi piacerebbe più "pro" e meno
"anti". In quest'epoca buia, vorrei poter dire, specialmente a chi è più
giovane, che si può essere a favore di qualcosa che si ritiene degno e
buono e giusto e bello, prima che contro (no-anti) tutto il resto (che è
la maggior parte, ok, ok).

Mi piacerebbe anche una maggiore enfasi, anzi, un vero e proprio studio,
sui costi sociali, impliciti. Quanto costa umanamente Bida, e quanto
rende? "Costo" = frustrazioni, incomprensioni, ecc.; "Rendita" = gioie,
soddisfazioni, riconoscimenti, ecc. E poi: quanto è auspicabile che un
ristretto gruppo di persone gestisca l'infrastruttura socio-tecnica
(Mastodon, ecc.) di molte migliaia di persone, perlopiù ignare di come
funziona la faccenda? Qual è la scala minima per tecnologie autogestite?
Quale la scala massima? Come variano queste scale in base alle
disponibilità materiali, alle latitudini, alle esigenze? Quali sono le
opzioni di replicabilità?

Il margine di replicabilità mi pare maggiore rispetto ad altre
esperienze. Ad esempio, rispetto alla più massiccia scala di A/I, in cui
(dal di fuori, almeno) mi risulta molto più sbilanciato il rapporto fra
numero di persone nel collettivo responsabili della gestione
dell'infrastruttura (che mi pare estremamente complessa) e notevolissimo
numero di utenti in tutto il mondo che ne fruisce.

Ma, cmq, il margine di replicabilità mi sembra sempre minore via via che
aumenta la complessità tecnica. L'offerta di servizi "pronti all'uso".
Forse non è fra gli obiettivi di Bida, ma, per riprendere il paragone
con la filiera agroalimentare, mi piacerebbe che più persone possibile
avessero un'idea di come si arriva a quella "tavola imbandita" che,
nell'allegoria, è il server comunitario.

In parole poverissime: mi piacerebbe che più persone avessero parte
nella gestione dell'infrastruttura, non tanto a livello operativo (non
propongo gerarchia tecnica piatta e root a chiunque, i disastri sono
dietro l'angolo...), quanto a livello di presa visione. Per chi fa parte
di un gruppo d'acquisto, è ovvio che ci sono turni necessari per
sbancalare frutta verdura ecc. Immagino sia ovvio anche che c'è chi
coltiva quegli ortaggi, quei cereali, li trasforma, ecc. ecc.

Per chi richiede un servizio comunitario, quanto è ovvio che ci sono
infrastrutture hardware, software, scelte architetturali, ecc.? Non è
che la conoscenza aumenta la libertà, né che chiunque debba fare
sistemismo per gli altri; è che avere un'idea di come funziona aiuta la
consapevolezza della complessità, dei punti deboli, delle possibili
evoluzioni, ecc. E, fra l'altro, ogni persona che possiede un
dispositivo digitale connesso in rete di fatto svolge attività
sistemistica anche se non se ne rende conto, dal momento che ogni
dispositivo è di fatto un sistema connesso ad altri sistemi, servizi, ecc.

Per chi si domandasse se nn è rischioso aumentare la condivisione delle
responsabilità rispetto a sistemi tecnici complessi: certo che lo è. Ma,
cmq, è tutto rotto. Rotto rotto. Non è che si fanno servizi comunitari
per chissà che di efficienza ed efficacia, ma per gioco. Sennò diventa
un lavoro e una cosa seria, e la vita è troppo breve per simili
sciocchezze. Dico sul serio.

# COSE BELLE

Auspicio di azione diretta: raccontare delle cose belle che ci piacciono
non necessariamente rivendicate e propagandate e poste "contro"
(NO-anti) quel che c'è nella quotidianità della stragrande maggioranza
delle persone.

Rispetto alle azioni dirette "NO-anti", sono forse meno confortanti a
livello identitario. Sono meno alternative, senz'altro, perché non si
pongono nemmeno come tali. Gancio è un'alternativa a...? Instagram? FB?
mmm non mi pare. Se risponde alle necessità di un
gruppo/comunità/territorio, però, può essere una palestra di
autogestione, oltre che una pratica. Può essere anche gestito in maniera
dirigista da un gruppo opaco, addirittura da una sola persona... non
garantisce nulla, ma (forse) può rendere meno facile l'emergere del
personalismo del profilo tipico dei social media, e offrire
l'opportunità di fare esperienza, anche per persone "comuni", di quel
che è girare la manovella di un servizio comunitario. Almeno in parte.

Cose belle non necessariamente rivendicate nel senso di azioni dirette
che si rifanno, idealmente, all'insubordinazione, diserzione, sabotaggio
di fatto (ma non esibita) tipica della tradizione contadina, delle
culture subalterne, vernacolari; delle aree interne, di chi è capace
magari persino di fuggire, nascondersi, chinare il capo, di dissimulare,
di traccheggiare, senza clamori (consapevole di poter essere schiacciato
non appena diventasse un bersaglio riconosciuto... questo è il mondo per
molte persone, oggi), pur di continuare a far crescere i semi sotto la neve.

Nell'epoca dei bulli, dei prepotenti, dei violenti, dei delinquenti al
potere per davvero, andare un po' sottotraccia per poter espandere i
margini di libertà di fatto... non è eroico. forse anche per questo mi
piace molto.

ciao

k.

--
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