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Author: Flynets HACKtivist Newsletter
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To: Flynets Lab
Subject: [ Flynets-Lab ] Lasciate stare gli hacker, sono loro i veri eroi della rivoluzione digitale
chefuturo.it
<http://www.chefuturo.it/2016/04/hacker-eroi-informatica-antenati-startupper/>
Lasciate
stare gli hacker, sono loro i veri eroi della rivoluzione digitale
Arturo Di Corinto

Ecco come la cultura hands on dell'hacking e l'etica calvinista della
cooperazione ci hanno dato la quarta rivoluzione industriale

18 aprile 2016

Giornalista esperto di Internet governance, copyright e crittografia.
Privacy advocate, free software fan, sono un attivista per i diritti
digitali. Managing editor di Chefuturo! Nel tempo libero professore
universitario. Scrivo per Wired e La Repubblica. Il mio ultimo libro si
chiama "Un dizionario Hacker" www.dicorinto.it

Oggi si parla tanto di *startup*, *makers* e *Internet* e ci si scorda il
contributo che a questi fenomeni hanno dato gli *hacker* di tutto il mondo.
Un contributo di idee e di strumenti, tanto che possiamo dire che la stessa
cultura di Internet è coeva alla cultura dell’hacking, come pure che i
makers sono solo un altro nome che diamo agli hacker perché fa più fico.

*Steven Levy* è stato il primo a riscostruire una storia sistematica dell’
*hacking* e dei suo protagonisti, gli hacker, tratteggiandone le virtù
(Hackers: Heroes of the Computer Revolution, 1984).

Hacker, ci racconta *Levy*, è chi, nel mondo dell’informatica preferisce
l’autorevolezza all’autorità, la competenza alle gerarchie, la creatività
ai compiti ripetitivi, ma soprattutto chi crede che l’accesso
all’informazione e ai computer siano un valore da diffondere e difendere.

Secondo *Eric Raymond*, autore di La Cattedrale e il Bazar
<http://www.orion.it/%7Ealf/whitepapers/catbaz.html>(1997), coautore con Bruce
Perens <https://it.wikipedia.org/wiki/Bruce_Perens> della Open Source
Definition <https://opensource.org/osd> “*C’è una comunità, una cultura
comune, di programmatori esperti e di maghi delle reti che affonda le
radici della sua storia decenni addietro, ai tempi dei primi minicomputer e
dei primi esperimenti su ARPAnet. I membri di questa cultura stanno
all’origine del termine ‘hacker’. Gli hacker hanno costruito internet. Gli
hacker hanno reso il sistema operativo UNIX quello che è oggi. Gli hacker
mandano avanti Usenet. Gli hacker hanno fatto funzionare il World Wide Web.
Se fai parte di questa cultura, se hai contribuito ad essa e altre persone
della medesima ti conoscono e ti chiamano hacker, allora sei un hacker.*”

Altri hanno interpreato diversamente la figura dell’hacker e anche se hanno
avuto più fortuna di altri nel descriverla non è detto che ce ne abbiano
restituito la forma complessiva.

Pekka Himanen <https://it.wikipedia.org/wiki/Pekka_Himanen> nel suo L’etica
hacker e lo spirito della società dell’informazione
<http://www.ibs.it/code/9788807817458/himanen-pekka/etica-hacker-spirito.html>
(*2001*), ad esempio ha enfatizzato l’etica calvinista degli hacker, ma
probabilmente non ha fatto i conti con le varianti etnografiche e culturali
di soggetti che sono più esplicitamente orientati al conflitto e che
mettono la propria arte al servizio di una causa comune: la liberazione
dell’informazione.

A queste figure mitiche e sfuggenti molti teorici hanno guardato con
imteresse e con la difficoltà di coglierne l’essenza, elaborando
definizioni che non trovano mai nessuno veramente d’accordo.

Eppure tutti sono convinti che abbia influenzato profondamente lo spirito
del nostro tempo.

La “classe hacker” – efficacemente descritta dall’australiano McKenzie Wark
<https://en.wikipedia.org/wiki/McKenzie_Wark> nel suo Un manifesto Hacker
<http://Un%20manifesto%20Hacker> (2005) – non esiste, ma la cultura hacker
certamente sì. E con altrettanta certezza possiamo dire che ha modellato
profondamente la nostra società.

Storicamente la cultura hacker è emersa in rapporto all’uso creativo delle
macchine informatiche e le sue origini possono essere rintracciate nei
dormitori del *Massachussets Insititute of Technology* a cavallo degli anni
sessanta, quando un gruppo di scavezzacollo che si divertiva a giocare con
i trenini elettrici decise che era più divertente farlo coi computer e
coniò il termine hacker, per indicare quelli che con un “*hack*”, una
furbata, facevano funzionare meglio software, relais e telefoni.

*Da allora la cultura hacker si è espressa come un orientamento a vivere
giocosamente il rapporto con macchine, fili elettrici e computer.*

La parola hacker, nome con cui in gergo vengono chiamati anche chiamati
*tagliaboschi*, *zappatori*, e *giornalisti da strapazzo*, viene
dall’inglese “to hack” che soprattutto nelle forme composte “significa
tagliare a pezzi, intagliare, spezzare, sfrondare, aprirsi un varco”, che è
esattamente quello che i primi hacker facevano: improvvisare soluzioni
creative per rendere più veloci ed efficienti i compiti svolti dai
computer, sfrondando righe di codice e aprendosi un varco verso la
soluzione più veloce, non quella tecnicamente perfetta, ma quella più
efficace in un dato contesto.

*L’attitudine hacker si è concentrata nella creazione di hardware e
software semplici, usabili, economici e versatili, per facilitare la
creazione di reti di macchine e di persone.*

Motivati dalla *sfida intellettuale*, dalla* passione per la ricerca*, dal
*riconoscimento* all’interno della comunità e con l’*ambizione* di
realizzare qualcosa di utile per sé e per gli altri, in quasi mezzo secolo
gli hacker ci hanno consegnato *strumenti* *potenti* per fare meglio e più
velocemente quello che ogni tappa della rivoluzione tecnologica ci offriva.

Infatti la cultura hacker ha creato i protocolli su cui ancora viaggia
Internet, i sistemi operativi su cui ancora si basano i supercomputer,
il software
libero <https://www.gnu.org/philosophy/free-sw.it.html>, le reti *peer to
peer* e gli strumenti di cooperazione come i *blog* e i *wiki*, ed ha
cambiato il nostro modo di rapportarci al mondo del sapere,
dell’informazione e della tecnologia.
Gli hacker e la cultura dell’innovazione

Ma se appare ovvio il portato di questa cultura in tutte le attività umane
che utilizzano i computer, strumenti ubiqui e pervasivi ormai
insostituibili, diventati negli anni macchine generatrici di senso e di
ambienti di vita, è meno ovvio individuare come i tratti ricorrenti e le
caratteristiche peculiari dell’attitudine hacker si inverano oggi nella
cosiddetta società della conoscenza e dell’informazione.

Se definiamo l’innovazione come la possibilità di fare quello che ieri era
impossibile o impensabile (Granelli, Formenti), e se la condivisione di
conoscenze è il motore primo dell’innovazione, capiamo come la cultura
hacker e le storie degli hacker hanno strettamente a che fare con essa. In
maniera diretta, perché molti hacker sono diventati imprenditori
dell’innovazione tecnologica. *Steve Jobs* e Richard Stallman
<https://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Stallman> sono considerati
universalmente eroi della rivoluzione informatica, ma bisogna pensare che
senza il *Napster* di Shawn Fanning
<https://it.wikipedia.org/wiki/Shawn_Fanning> oggi forse non esisterebbe
iTunes; che senza lo Skype di Niklas Zennstrom
<https://it.wikipedia.org/wiki/Niklas_Zennstr%C3%B6m>, useremmo interfacce
impossibili per telefonare via Internet invece di Signal; e che senza lo
Slashdot di Rob Malda <https://en.wikipedia.org/wiki/Rob_Malda> vivremmo
un’era pre-blog.

Ma la cultura hacker si rapporta con la conoscenza e l’innovazione in
maniera più sottile.

1. * Molti hacker, spesso sconosciuti, dedicano la propria vita a
innovare* idee, pratiche, strumenti, applicando il proprio metodo – il
free-style nella programmazione, il cut-up e il pensiero laterale- a domini
noti in maniera innovativa e non sempre ortodossa. È stato il caso di
Jerome Rota e Max Morice che con un’operazione di reverse engineering hanno
dato al mondo il famoso codec DivX. Oppure il caso di DVD John che ha dato
una spinta impensata all’industria della sicurezza violando il codice di
protezione CSS dei dischi Dvd.
2. *La produzione di beni materiali adotta sempre più di frequente il
metodo dell’apertura e del decentramento* come approccio principale del
proprio modo di operare, l’etica hacker del lavoro, della cooperazione
competitiva e della condivisione, l’orizzonte della comunicazione globale e
senza limiti, è ormai tutt’uno con i modelli di produzione prevalenti
dell’industria immateriale.
3. *Nei contesti knowledge intensive* dove le gerarchie rappresentano un
freno alla produzione di idee, dove la cooperazione e il virtuosismo
tecnico sono la precondizione per superare routine burocratiche e il
decentramento è l’unico modo di lavorare in parallelo su progetti
complessi, è evidente come tutta la società sia debitrice dello stile
hacker di lavorare.

Quello hacker negli anni si è rivelato un atteggiamento che ha
progressivamente reso obsoleta l’*organizzazione piramidale aziendale*,
ponendosi in continua osmosi con l’esterno, fino a delineare forme
d’impresa a rete, secondo modelli operativi che incentivano i dipendenti a
lavorare fuori dall’impresa, senza distinzione fra tempo di lavoro e tempo
libero.

*La cultura hacker è diventata una metafora organizzativa dell’industria
moderna intesa come sistema connesso, aperto e decentrato.*

Ma, anche se non ce ne accorgiamo più, l’influenza di questa cultura sta
soprattutto nel metodo applicato alla risoluzione dei problemi, un metodo
basato sul libero scambio di informazioni, la libera condivisione di idee e
risultati, il libero utilizzo del patrimonio di conoscenze comuni. Vedi la
storia di Aaron Swartz
<http://www.chefuturo.it/2016/01/ricordo-aaron-swartz-hacktivista-open-access/>
e di Science-hub
<http://www.chefuturo.it/2016/02/science-hub-napster-ricerca-scientifica/>.

Un metodo che, unito all’enorme fiducia degli hacker nella libertà di
ricerca, di cooperazione, di competizione, si configura come una concezione
“*post-calvinista*” del lavoro e del mercato.
Per questo sarebbe difficile pensare l’innovazione oggi senza la passione
per la condivisione tipica della *Republica della Scienza* (Karl Polanyi
<https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Polanyi>), da loro immaginata.

*Ma l’attitudine al fare, il rispetto verso il sapere fare e il sapere
implicito, la cultura dell’hands-on sono i precedenti formali e sostanziali
della cultura delle startup e dei maker.*

Da una parte perché molti di loro hanno cominciato a costruirsi in casa gli
strumenti informatici, assemblando schede e periferiche, scrivendo codice
(vedi la lettera agli hobbisti indirizzata a Bill Gates), dall’altra perché
dai garage degli homebrewers sono nate grazie a piccoli finanziamenti e poi
a capitali di rischio le più grandi aziende informatiche del mondo come
startup oppure acquisite dai grandi colossi delle telecomunicazioni.
Insomma, in una parola, la cultura delle startup e dei maker deve tutto
agli hacker e alla loro cultura.

Ma, se possiamo dire che l’hacker è diventato il prototipo del *knowledge
worker* dell’economia informazionale, c’è un aspetto della sua cultura che
non è ancora stato assimilato, ed è il rapporto che essa intrattiene con la
*proprietà*.

Gli hacker considerano da sempre la proprietà intellettuale un ostacolo al
dispiegarsi delle* potenzialità della cooperazione sociale basata sulle
macchine*, e questo è il motivo della loro profonda avversione nei
confronti dei recinti che impediscono l’accesso agli Information Commons, i
beni comuni della conoscenza.

Anche per questo gli appartenenti alle comunità hacker, riconosciuti come
hacker dai loro pari, se la ridono alla grossa quando qualcuno prova a
definirli come *white, gray, o black hat hacker,* un metodo di
categorizzazione di tipo criminologico dove la gradazione del colore passa
dal buono al cattivo.

L’unica distinzione che veramente gli interessa è quella con i *cracker*,
cioè con chi viola codici e sistemi informatici protetti per procurare un
vantaggio unicamente a se stessi.

*ARTURO DI CORINTO*

Bibliografia ragionata

- Steven Levy
<https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Steven_Levy&action=edit&redlink=1>,
Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica, Milano, Shake Editore,
1997, ISBN <https://it.wikipedia.org/wiki/ISBN> 88-86926-02-2
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/88-86926-02-2>.
- Stefano Chiccarelli <https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Chiccarelli>,
Andrea Monti <https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Monti_%28giurista%29>,
*Spaghetti hacker <https://it.wikipedia.org/wiki/Spaghetti_hacker>*,
1997, Apogeo Editore <https://it.wikipedia.org/wiki/Apogeo_Editore>, ISBN
88-7303-359-8
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/8873033598>
- Steven Levy, *Crypto, i ribelli del codice in difesa della privacy*,
2002, Shake Editore, ISBN 88-86926-81-2
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/8886926812>
- Arturo Di Corinto <https://it.wikipedia.org/wiki/Arturo_Di_Corinto>,
Tommaso Tozzi, Hacktivism. La libertà nelle maglie della rete,
Manifestolibri, 2002, ISBN <https://it.wikipedia.org/wiki/ISBN>
88-7285-249-8
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/88-7285-249-8>.
- Sam Williams
<https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Sam_Williams_%28informatico%29&action=edit&redlink=1>,
*Codice libero*, 2002, ISBN 88-503-2108-2
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/8850321082>
- Pekka Himanen <https://it.wikipedia.org/wiki/Pekka_Himanen>, *L’etica
hacker e lo spirito dell’età dell’informazione*, 2003, Feltrinelli, ISBN
88-07-81745-4
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/8807817454>
- McKenzie Wark
<https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=McKenzie_Wark&action=edit&redlink=1>,
*Un manifesto hacker*, 2005, Feltrinelli, ISBN 88-07-17108-2
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/8807171082>
- Carlo Gubitosa <https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Gubitosa>, Hacker,
scienziati e pionieri. Storia sociale del ciberspazio e della comunicazione
elettronica <http://www.stampalternativa.it/liberacultura/?p=156>,
Viterbo, Stampa Alternativa, 2007, ISBN
<https://it.wikipedia.org/wiki/ISBN> 978-88-7226-973-2
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/978-88-7226-973-2>.
- Giovanni Ziccardi, *Hacker. Il richiamo della libertà*, Marsilio
Editori <https://it.wikipedia.org/wiki/Marsilio_Editori>, 2011. ISBN
978-88-317-0925-5
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/9788831709255>
- Arturo Di Corinto <https://it.wikipedia.org/wiki/Arturo_Di_Corinto>,
Un dizionario hacker, S. Cesario di Lecce, Manni Editori
<https://it.wikipedia.org/wiki/Manni_Editori>, 2014, ISBN
<https://it.wikipedia.org/wiki/ISBN> 978-88-6266-516-2
<https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/978-88-6266-516-2>.

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